The Dude Still Abides

Il grande Lebowski compie vent’anni: il nostro (doveroso) omaggio

The Big Lebowski is about an attitude, not a story.

(“Il grande Lebowski racconta un modo di essere, non una storia”).

Cominciava così un pezzo di Roger Ebert, il grande critico americano, che qualche anno fa tornava a riflettere su uno dei capolavori dei fratelli Coen, portando il voto dato al film dalle tre stelle della recensione originaria a quattro, il massimo della sua scala.

A chi con questo film è cresciuto, è maturato e ha scoperto la passione per il cinema e soprattutto per il cinema dei Fratelli Coen, sembrerà impossibile che siano passati vent’anni. Ma è così: Il grande Lebowski usciva in USA il 6 marzo 1998.

Un capolavoro di comicità d’autore, infarcito di tutto l’umorismo e le situazioni surreali e sopra le righe che negli anni sono diventati marchio di fabbrica dei registi, che qui raggiungono vette che forse non hanno più eguagliato. E anche per questo, ma non solo, Il grande Lebowski si porta i suoi vent’anni con una leggerezza incredibile, non avendo perso un grammo della sua straordinaria attualità.

Da questo punto di vista, è impossibile oggi non notare quanto Vizio di forma di Paul Thomas Anderson (che pure è un altro capolavoro) sia debitore del film dei Coen: e non solo perché entrambi, perlomeno dal punto di vista della trama, prendono spunto dalla letteratura di Raymond Chandler e da “Il grande sonno” in particolare, o perché sia il Drugo che Doc Sportello sono (ex) hippie con un debole per l’erba e l’indolenza, o ancora perché la sarabanda di personaggi e situazioni improbabili con cui si deve confrontare l’uno è chiaramente simile a quella in cui si ritrova l’altro.

Quello che rende così vicini Vizio di forma e Il grande Lebowski – pur nelle loro evidenti differenze, col primo più paranoico, onirico, etereo e stratificato del secondo – è il fatto che entrambi i loro protagonisti sono hippie che la vita – e il mondo, e il Sistema – ha costretto a diventare beatnik, per rifarci alla definizione delle due tipologie di persone data da Janis Joplin: «Hippies believe the world could be a better place. Beatniks believe things aren’t going to get better and say the hell with it, stay stoned and have a good time

Doc e il Drugo sono entrambi schegge impazzite e resistenti che si rifiutano di omologarsi ad un mondo che – nel 1970 come nel 1991, l’anno in cui Il grande Lebowski è ambientato, e ancora di più oggi, nel 2018 – sembra essere completamente impazzito e aver perso di vista gli ideali progressisti, libertari e egualitaristi della controcultura di fine anni Sessanta; entrambi, nonostante l’apparenza sia quella di personaggi passivi e indolenti, si rifiutano di lasciar andare il Sogno e lo tengono in vita proprio con quel loro atteggiamento.

Ecco che allora torniamo alla definizione iniziale di Roger Ebert, di un film, quello dei Coen, che racconta un modo di essere (un atteggiamento, appunto, una attitude) e non una storia.

Ma la pigrizia di Jeffrey Lebowski, in realtà, altro non è che uno stile di vita che passa per la voglia di vivere tranquillo ed essere lasciato in pace. Eppure, il mondo, impazzito, sembra voler negare al Drugo la tranquillità cui aspira.

Il Drugo voleva solo il suo tappeto, eppure è finito – suo malgrado – dentro un grandissimo casino. E pur lasciandosi trascinare dagli eventi, riesce sempre in qualche modo a influenzarli, a deviarne il corso, a lasciare un segno.

È la risposta zen al caos dell’esistenza, è il suo voler essere fermo (un punto fermo) nel continuo vorticare di tutte le cose, è il voler vedere le cose per quello che sono, senza sovrastrutture.

Ecco, questa immobilità, questa lentezza, questa calma spirituale del Drugo sono la sua arma politica più dirompente, sono la sua forma di resistenza più radicale, perfettamente sintetizzata nel motto che lui stesso esprime nel finale: “The Dude Abides”, “Drugo sa aspettare”.

To abide è in realtà un verbo più sfumato, che comprende anche il rimanere, il sopportare, e quindi il resistere, appunto. Ma anche la dimensione dell’attesa aiuta a capire come la passività del Drugo sia solo apparente, mentre il suo è un atteggiamento buddista, che sa che prima o poi le cose arriveranno, anche se a modo loro.

Oggi, ancora più che nel 1970 di Vizio di forma, del 1991 o del 1998 dell’ambientazione o della realizzazione del film dei Coen, questa necessità di rimanere, sopportare, aspettare si è fatta ancora più evidente.

In fondo, chi non vorrebbe prendersi una pausa a tempo indeterminato dal caos della sua vita, e del mondo, per starsene tranquillo, ascoltando la sua musica preferita, concedendosi qualche vizio, e giocando a bowling con gli amici? Quanto bene ci farebbe, in un mondo sempre più veloce, nevrotico, sovraccarico, violento e corrotto? Farebbe bene al mondo, farebbe bene a noi.

Non disimpegno, ma una coerenza immota e immobile coi propri valori, riportando tutto a scala umana, in maniera finalmente sostenibile.

The Dude Abides. Per sé e per noialtri. E come si va a non volergli un bene dell’anima?

Well, that’s just like your opinion man”.

Amelia (TR)

Sala comunale F. Boccarini

P.zza Augusto Vera, 10

Venerdì 26 ottobre – ore 21.00

VIZIO DI FORMA

Regia di Paul Thomas Anderson

Con Joaquin Phoenix, Katherine Waterston, Eric Roberts, Josh Brolin, Benicio Del Toro

USA, 2014, durata 148 min. – V.M. 14 – v.o.sott.it.

Quando la vecchia fiamma del detective privato Doc Sportello si presenta inaspettatamente raccontando la storia del suo attuale compagno, il miliardario proprietario terriero del quale è innamorata, e delle trame di sua moglie e del suo ragazzo nel tentativo… beh, facile a dirsi per lei.

Siamo alla fine degli psichedelici anni ’60 e la paranoia è all’ordine del giorno e Doc sa che “amore” è un’altra di quelle parole in voga in quel momento storico, come “trip” o “groovy”, che vengono usate a sproposito – solo che questa di solito porta guai.

Il film ha ottenuto 2 candidature a Premi Oscar, 1 candidatura a Golden Globes; Independent Spirit Award 2015: Robert Altman Award; National Board Of Review Award 2014: Miglior sceneggiatura non originale a Paul Thomas Anderson; Migliori dieci film.

Sortilège: Quelli erano tempi pericolosi, astrologicamente parlando, per i tossici specie quelli in età adolescenziale, che erano nati quasi tutti sotto un aspetto di novanta gradi, l’angolazione più infausta che esiste, fra Nettuno, il pianeta dei tossici e Urano, il pianeta delle sorprese brusche.

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Sabato 27 ottobre – ore 21.00

IL GRANDE LEBOWSKI

Regia di Joel Coen

 Con Jeff Bridges, John Goodman, Julianne Moore, Steve Buscemi, David Huddleston, Philip Seymour Hoffman

USA, Gran Bretagna, 1997, durata 117 min. – v.o.sott.it.

Durante la serata visione di numerosi extra tra cui:

La Vita del Drugo – Un’introduzione speciale – Il Drugo sa aspettare – La Lebowski Fest: Storia di un uomo di successo – Sogni di tappeti volanti e birilli: la sequenza del sogno del Drugo

Riassumere questo film nichilista ambientato a Los Angeles nel 1991 prima della guerra del Golfo e che rotola, ruzzola, rimbalza come una palla da bowling è difficile quasi quanto Il grande sonno di Chandler-Hawks.

Imperniato su un errore di identità e un sequestro di persona, ha per protagonista il barbuto in calzoncini corti Jeff Lebowski detto il Drugo (pessima traduzione dell’originale Dude), vecchio ragazzo degli anni ’70, uno degli estensori del Manifesto (1962) di Port Huron, fedele alle amicizie e alle proprie idee, disincantato osservatore della putredine del mondo, ma deciso a fare la cosa giusta.

Manca un filo forte a legare questa storia contorta, ma c’è un’assortita galleria di personaggi, attori bravissimi, talvolta irresistibili, ricchezza di invenzioni, una ghiotta sequenza onirica, intelligenti e divertenti dimostrazioni di cinema concettuale: “… è come una grande stanza mirabolante di quel museo-galleria degli sfigati e bizzarri del mondo in cui viviamo e che abbiamo voluto come è.” (Goffredo Fofi)

«All the Dude ever wanted was his rug back. Not greedy. It really… tied the room together.»

«E Drugo voleva solo il suo tappeto. Nessuna avidità. È che dava veramente… un tono all’ambiente.»

(Jeffrey “Drugo” Lebowski (Jeff Bridges) a Jackie Treehorn (Ben Gazzara)

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NOTE

Ingresso con tessera OV 2018 e sottoscrizione
Graph. Roberta Boccacci